Marco Del Monaco










 


 

 

 

 

 

Gli angeli esistono

Capitolo 1 - Gabriele

Gabriele era convinto di essere un ragazzo cattivo e non aveva dubbi che anche la gente la pensasse nello stesso modo.

Pensare che a guardarlo bene quel nome sembrava proprio azzeccato, infatti il suo aspetto ricordava quello dell’omonimo arcangelo, alto, atletico, capelli corvini morbidamente ricci, occhi neri, naso dritto e mascella ben disegnata, soltanto lo sguardo non corrispondeva a quello di un essere etereo, perche' nei suoi occhi fieri c’era qualcosa di freddo e pungente che spaventava il prossimo.

Immagine tratta dal film "Ashes and Snow"

Aveva poco piu' di vent’anni e viveva in un delizioso paesino arroccato sui monti, di nome Foresto, dopo aver terminato gli studi, sino al giorno in cui inizia la nostra narrazione aveva sempre lavorato come manovale per il padre Riccardo muratore molto capace e stimato.

Ma purtroppo i suoi genitori decisero di traslocare per il paradiso entrambi nell’arco di sei mesi, la madre consumata in breve tempo da una rara malattia dei polmoni, il padre invece se ne ando' via poco dopo per il crepacuore, era cosi' legato alla  moglie da non riuscire a trovare piu' alcun senso nella vita, se non quello di andare ogni santo giorno al cimitero, ma ogni mattina il suo passo era piu' debole ed incerto, finche' fu costretto a rimanere a letto dove trascorse la sua ultima settimana di vita, Gabriele gli resto' vicino e lo accudi' con amore, ma in cuor suo albergavano degli strani sentimenti, pensava che in qualche modo il padre avrebbe dovuto essere tanto forte da riuscire a trattenere la mamma in questo mondo terreno e cosi' facendo avrebbe trattenuto anche se stesso, ma ovviamente questi pensieri erano soltanto vaneggiamenti generati dall’immenso dolore che stava patendo.

Comunque sia, una limpida e fredda mattina di Gennaio il nostro impietrito eroe si ritrovo' per la seconda volta nel cimitero del suo paesino, situato poco fuori dalle mura ed immerso in un boschetto di conifere e noi da questo punto inizieremo il nostro racconto.

Rimase li' seduto per ore ed ore, nemmeno Amelio il caro e fidato amico, riusci' in nessun modo a portarlo via, stava li con un tronco come sgabello, guardando la terra smossa e piu' oltre l’orizzonte, ma in verita' vedeva la sua infanzia, un carosello di momenti lieti e meno lieti, ma anche il piu' terribile tra tutti quegli istanti che gli passavano davanti era soffuso di una luce e di una dolcezza quali soltanto l’irresponsabilita' dell’essere bambino, la felicita' istintuale tipica di quegli anni e la protezione dell’abbraccio familiare sono in grado di dare.

Si rivide con la fionda in mano, eroico cacciatore del pericolosissimo dinosauro chiamato Lucertola, ricordo' i ritorni a casa serali dello stanco padre, avvolto nell’immenso pastrano nero, quell’aria di umido e l’odore di fumo che gli sentiva addosso, lo splendido rito della cena fatta di piatti semplici come riso e lenticchie o le fettuccine fatte in casa, impreziosite da meravigliose irregolarita' dello spessore, che mai piu' avrebbe assaporato se non come volgari imitazioni delle ricette di sua madre.

I racconti dell’amico Amelio, di pochi mesi piu' grande di lui, ma in possesso di un tale ascendente, da fargli credere quello che voleva, tutti i giorni gli narrava i suoi peccaminosi incontri con una splendida fanciulla di nome Marisa con tale dovizia di particolari, che il nostro mai ebbe il seppur minimo dubbio che la ragazza potesse essere soltanto parto della fantasia del compagno di giochi.

Gabriele era stato, per molti aspetti, un bambino fortunato ad esempio non era nato in citta', ma in quel capolavoro, raro esempio di accordo tra l’uomo e la natura, chiamato Foresto, il paesino era composto da non piu' di una quarantina di case, tutte rigorosamente di pietra e ben distanziate l’una dall’altra, solo una dozzina di edifici nella parte piu' centrale si erano uniti in un abbraccio che formava la bella ed unica piazza, in posizione dominante la chiesina, dove frate Egidio dava messa. Il centro abitato era situato intorno ai 1500 metri su di un cucuzzolo che alle spalle aveva una montagna ancor piu' alta e di fronte una splendida e sinuosa vallata preludio alla pianura posta 800 metri piu' in basso dove sovente nelle ore mattutine si formava un tappeto di candide nuvole, cosicche' i Forestani potevano ammirarle dall’alto e andar fieri di vivere al di sopra delle nuvole.

Immagine tratta dal film "Ashes and Snow"

Tutto intorno al centro abitato la foresta di lecci prodighi di legna per l’inverno, misti a querce maestose all’ombra delle quali, sornioni crescevano funghi di vario tipo ma per lo piu' commestibili. Era facile imbattersi in cavalli e mucche al pascolo che erano nati liberi e sui quali incredibilmente nessuno aveva mai accampato diritti perche' agli abitanti del paese sembrava quello l’ordine naturale ed immutabile delle cose, sopra la valle era consueto veder veleggiare dei falchi i quali erano maestri nell’arte di entrare in stallo controvento con le ali semichiuse a cuneo, in una stasi cosi' vicina alla perfetta immobilita', quasi da sembrare appoggiati su di un invisibile gradino d’aria.

"Sono ormai le sette di sera!”

tuono' imperiosa la voce di frate Egidio,

"Vuoi restare qui tutta la notte a morire di freddo? Alzati la minestra e' pronta e ho da farti assaggiare un vino rosso che mi hanno portato proprio stamattina”,

Gabriele si scosse lentamente e solo in quel momento si accorse che il sole era gia' tramontato e che assorto nel suo osservare il passato, era restato seduto su quel tronco per diverse ore, si rese conto anche di essere notevolmente infreddolito, cosi' si alzo' lentamente, guardo' ancora intontito la faccia forte e piena di comprensione del frate e senza parlare i due si avviarono verso la canonica, frate Egidio gli mise un braccio sulla spalla ed il nostro a quel contatto inizio' a sentirsi leggermente rinfrancato.

Si raccontava che il frate fosse in gioventu' un pastore e che una notte rimasto bloccato su una montagna col suo gregge, a causa delle eccezionali intemperie, ebbe un esperienza mistica di tale potenza che il mattino dopo, quando il nubifragio era in parte scemato, senza neppure asciugarsi e dimentico delle sue pecore, si presento' in chiesa dall’attuale priore chiedendogli in ginocchio di aiutarlo a diventare frate, e fu cosi' che in breve tempo il giovane da pastore di ovini, divenne pastore di anime.

A quei tempi ormai Egidio aveva raggiunto la sessantina ed era gia' da dieci anni il priore della chiesetta di Foresto con alle sue dipendenze, se cosi' si puo' dire, altri sei frati.

"Siediti Gabriele, e se hai voglia di sfogarti fallo, se invece non ti senti di parlare, sappi che per me e' lo stesso”,

disse il priore posando sulla tavola della cucina due piatti fumanti, in silenzio iniziarono a mangiare e solo il frate ogni tanto diceva qualcosa, Gabriele al massimo assentiva con qualche "Gia'” e qualche "Umh” cosi' ando' avanti la cena sino al momento in cui Egidio si alzo' per andare nel suo studio, quando torno' reggeva in mano un cofanetto di legno, apparentemente piuttosto antico, chiuso con un sigillo di ceralacca, lo poggio' sul desco di fronte all’affranto parrocchiano e poggiandogli nuovamente la mano sulla spalla disse

"Questo scrigno mi e' stato affidato da tuo padre non piu' tardi di cinque giorni fa, con la preghiera di consegnartelo dopo la sua dipartita”,

finalmente il ragazzo parlo':

"E cosa contiene padre,….. e' forse un eredita'…..?”

"Come puoi ben vedere lo scrigno e' sigillato e tuo padre non mi ha spiegato assolutamente cosa c’e' dentro al contrario si e' raccomandato piu' volte di dirti che lo dovrai aprire tu solo e senza testimoni. Ancora vino?”

"No, grazie padre Egidio, credo sia giunta l’ora di tornare a casa”,


cosi' si congedarono e il giovane si ritrovo' in strada camminando a passo svelto quasi timoroso di incontrare qualche compaesano il quale ovviamente non si sarebbe risparmiato in piu' o meno formali condoglianze e offerte di disponibilita' e lui non aveva certo voglia ne di ascoltare ne di ripetersi come gia' tante volte era stato costretto a fare durante la mattinata. Per fortuna il cammino che portava alla sua abitazione era completamente deserto, solo un gattino attrasse la sua attenzione miagolando affamato in modo inequivocabile, Gabriele si fermo' un momento allungando la mano per cercare di carezzarlo, ma il giovanissimo micio grigio e tigrato da strisce nere con il musino il ventre e le zampine bianche non glielo permise, poi inizio' a trotterellare precedendolo come se sapesse dove il ragazzo stava andando, ogni tanto arrivava sul bordo della strada si strofinava nell’erba e poi continuava deciso il percorso, si fermo' soltanto quando furono dinanzi alla porta, al che Gabriele, forse per non rientrare da solo, decise di farlo entrare.

La casa era fredda ed il ragazzo prima velocemente taglio' dei pezzettini di prosciutto che diede al gattino, subito dopo si appresto' ad accendere il fuoco, quando la legna inizio' a crepitare si sedette sul divano a dondolo posizionato vicino al camino ed immediatamente si ritrovo' sulle gambe il satollo micio, che dopo il cibo ora chiedeva calore e carezze cosi' ben presto uomo ed animale si addormentarono, l’uno in grembo all’altro.

"Mamma, che ci fai qui? Io credevo che te ne fossi andata via. E papa' dov’e'”

"Papa' ha da fare in questo momento, figliolo adorato e cosi' sono venuta a vedere come stavi e per sincerarmi che tu abbia mangiato qualcosa”

"Si mamma, stai tranquilla io ho mangiato, ma tu forse….”

"Non ti devi preoccupare per me, io sto benissimo, sono solo un po’ preoccupata per te, ma so che sei forte e che te la caverai, … pero' purtroppo ora devo andare, mi stanno chiamando.”

"Resta ancora qualche minuto se puoi, ho tante cose da dirti.”

"Non posso Gabriele, vorrei tanto ma ricorda che ti saro' sempre vicino e appena potro' tornero' a trovarti. Ciao figlio mio e non dimenticare il regalo di tuo padre, e' importante.”


Il giovane si sveglio' improvvisamente e la prima cosa che cadde nel suo campo visivo fu il cofanetto placidamente appoggiato sul tavolino che aveva di fronte, adagio' la bestiolina addormentata in un angolo del divano e prese in mano la scatola di legno antico, la rigiro' la soppeso' e poi con un coltellino che portava sempre in tasca ruppe il sigillo di ceralacca per aprirla.

Sulla sinistra, sistemata in un incavo della cassetta si trovava una piccola anfora di coccio con un tappo di sughero ben premuto a chiuderla e sulla destra un foglio di carta piegato in quattro, il nostro lo apri' e vi lesse queste parole:

"Caro figliolo, se ti trovi a leggere queste righe ovviamente questo significa che io non ci saro' piu'

Purtroppo la malattia e' stata piu' forte di me, ma spero che invece sia tu ad essere piu' forte di quello che ti sta succedendo, prima la mamma e poi io, lo so sara' dura all’inizio ma non ho dubbi, hai delle grandi risorse a cui attingere e so che non ti perderai d’animo, sappi che sia io che tua madre ti abbiamo sempre amato infinitamente e se ci sara' permesso veglieremo su di te in ogni istante.

Questa cofanetto mi e' stato dato da mio padre in punto di morte ed io oggi faccio lo stesso con te, nel coccio che hai trovato c’e' una polverina molto preziosa, usala solo quando sarai veramente disperato perche' ogni granello che sprecherai sara' un granello in meno per i tuoi discendenti.

Quando sara' il momento prendine un pizzico e gettalo nel fuoco.

Ti abbraccio come non sono mai riuscito a fare in vita.

Tuo padre.”

Immagine tratta dal film "Ashes and Snow"

Tolto il tappo dell’anforetta Gabriele constato' che questa era piena per tre quarti di una polvere finissima di colore argenteo, con qua e la dei granelli rossastri, aveva quasi paura di toccarla tanto sembrava inconsistente e anche per le raccomandazioni del padre, bisogna dire che il ragazzo era gia a quell’eta' molto responsabile e l’idea di poter togliere una seppur minima opportunita' al figlio che prima o poi era sicuro avrebbe avuto, gli sembrava un sacrilegio; comunque alla fine prevalsero da una parte la curiosita' e dall’altra la constatazione che sicuramente quello era il periodo piu' brutto della sua giovane vita.

Il fuoco ormai era solo brace, per cui aggiunse qualche ramo e un paio di ciocchi in modo che la fiamma torno' presto a guizzare nel camino, prese il vasetto lo appoggio' sul tavolo, con indice e pollice della mano destra raccolse un pizzico di polvere e poi inizio a far cadere i granelli sulla fiamma strofinando leggermente le dita tra loro, e per ogni granello che scendeva il suo cuore ne accompagnava la caduta accelerando un po’ il battito, quando ebbe finito velocemente rimise il tappo al proprio posto, si sedette di nuovo e agitatissimo prese a scrutare il fuoco.

Improvvisamente inizio' a formarsi un aureola azzurrina dapprima impercettibile poi sempre piu' consistente, che sali' e ridiscese lentamente dalla base alla sommita' delle fiamme per tre o quattro volte, finche' con un sibilo e uno sbuffo spari' all’interno delle lingue di fuoco, passarono ancora pochi lunghissimi secondi e le fiamme cominciarono a cambiare aspetto, Gabriele si rese conto che diffondevano sempre meno chiarore intorno e stavano cambiando forma, finche' repentinamente non si coordinarono a formare un viso che fluttuava li' nel camino.

Il volto nato dal fuoco cambiava continuamente aspetto a volte sembrava quello di un uomo dalla mascella quadrata, poi diventava una donna dal naso affilato, poi un vecchio ed in taluni momenti sembrava dar forma a due fisionomie differenti compenetrate.

Il ragazzo era atterrito, pensava di essere di fronte ad un demone, tante leggende nel suo villaggio erano popolate di quegli infernali esseri, ma d’altronde lo rassicurava il fatto che la polvere era un dono del padre, cosi', fattosi coraggio, parlo':

"Chi sei?”

"Non lo vedi chi sono? Sono il fuoco! Perche' mi hai chiamato?”

"A dire il vero……”


"A dire il vero?”

sottolineo' la voce che emergeva dalle fiamme e mentre parlava il chiarore aumentava e la faccia per un attimo sembrava disfarsi ma alla fine delle frasi si ricomponeva nel suo incessante divenire.

"A dire il vero, sono in un gran brutto momento!”

"Questo lo so, non c’e' bisogno che tu me lo dica, ma ancora non sei giunto al dunque”,


in effetti Gabriele che chiaramente veniva colto impreparato da quell’apparizione non aveva avuto il tempo di formulare una domanda, ma dato che tante ne aveva che in quell’ultimo periodo lo assillavano non gli fu difficile tirare fuori la piu' ricorrente:

"Adesso che non ci sono piu' i miei genitori, cosa faro', come mi manterro'?”,

il volto si dissolse per un attimo ma poco dopo torno' a formarsi e lentamente parlo':

"Continua il lavoro di tuo padre, ma fallo come il tuo istinto detta, senza paure e quando il cuore ti mostrera' una strada, per quanto insensata ti possa apparire, seguila.”

Gli occhi di Aurora erano di un verde che nulla aveva da invidiare a quello di uno smeraldo, allungati ed obliqui, il naso piccolo e leggermente all’insu', zigomi tondi e alti, dei meravigliosi capelli neri come la notte, lunghi e mossi, trentadue candide perle protette da labbra rosse e carnose, un seno florido, fianchi da madre, caviglie snelle ma forti e che dire dell’armonia delle mani e degli splendidi piedini? Sembrava veramente che soltanto la sfrenata fantasia e l’instancabile perfezionismo di un grande pittore avessero potuto creare tutto questo, invece Aurora, la figlia del falegname del paese era viva, vera e potrei dire palpabile, ma il termine poco si addice al carattere della ragazza.

Immagine tratta dal film "Ashes and Snow"

E se tutto questo non bastasse la diciassettenne che faceva sovente capolino nei sogni della maggior parte degli uomini di Foresto aveva un dono venutole dal cielo, a detta di tutti, sapeva cantare in maniera celestiale e senza avere mai avuto ne' una lezione, ne' una minima nozione musicale, quando si esprimeva in questa sua innata arte, magari sbrigando le faccende di casa o accudendo il nipotino di nome Ettore, non di rado capitava che qualche passante restasse ammaliato ad ascoltare dimentico del tempo e degli affanni, da cui un minuto prima era incalzato.

Insomma in poche parole, un po’ tutti i Forestani erano innamorati della fanciulla, ma lei, seppur mostrandosi sempre cordiale e sorridente, le sue attenzioni le riservava esclusivamente per la famiglia, non che fosse refrattaria nei confronti dell’amore, al contrario ne aveva un cosi' alto concetto che non voleva sprecarsi in storielle inutili e passeggere, d’altro canto sapeva anche che un giorno o l’altro l’uomo giusto si sarebbe presentato nella sua vita e lei lo avrebbe riconosciuto immediatamente.

E qual’era l’uomo giusto per Aurora si domandera' a questo punto il lettore? La ragazza se lo immaginava alto, forte dal sorriso timido e non le importava assolutamente che fosse un uomo di rango ne ricco, voleva soltanto che il suo abbraccio fosse caldo come quando lo incontrava nei sogni e passeggiavano insieme lungo il fiume sino al momento in cui lui le baciava i capelli e i begli occhi umidi per l’ emozione, quante volte si era svegliata frastornatissima con l’immagine di quell’ultimo e piu' audace bacio sulle labbra, finalmente da lei corrisposto, addirittura cercato ed il sapore delle sue stesse lacrime offertole dalla bocca dell’amato.

Erano talmente meravigliosi quei sogni che forse proprio per quello la ragazza non si preoccupava molto di quando avrebbe incontrato effettivamente l’anima gemella, perche' aveva almeno la certezza di passare con essa tutte le notti, anche se in un'altra dimensione.

Era ormai mattina quando Gabriele svegliandosi, si rese conto di essere rimasto tutta la notte sul divano, il micio apri' gli occhi, si stiracchio' e poi fece l’atto di risistemarsi sul petto del ragazzo, che pero' lo scanso' per alzarsi ed andare a sciacquarsi la faccia  durante quell’operazione l’acqua fredda sembrava lavargli via sia il sonno che gran parte della sensazione di disperazione del giorno precedente, si sentiva piu' forte ed un’idea si formava a grandi passi nella sua mente, apri' la dispensa si taglio' una fetta di pane ed una di formaggio le mise in un involto ed usci' immediatamente, seguito dallo sguardo vigile e curioso del gattino.

Inizio' a camminare a passo svelto ed ogni tanto apriva l’involto per mordicchiare qualcosa, dopo mezzora arrivato al bivio tra Forca del Diavolo e il Valico di Fagginfesta si diresse verso quest’ultimo, anche quel giorno il cielo era limpido come quello passato ma la temperatura era piu' mite, le montagne erano come sempre bellissime e maestose ed il monte Omero il piu' alto tra i suoi fratelli dominava la scena con quella sua aria di dinosauro addormentato, il rumore dei passi di Gabriele di tanto in tanto faceva decollare delle cornacchie appollaiate sugli alberi ai lati della strada bianca che stava percorrendo, passarono ancora venti minuti e finalmente arrivo al valico, un posto incantevole dove i cavalli andavano al pascolo sereni, si trovava piu' o meno alla stessa altitudine di Foresto racchiuso su due lati da basse alture su un terzo lato lo sguardo spaziava per decine di chilometri verso valle mentre il quarto dava sul monte Omero.

Percorsi ancora poche centinaia di metri, si fermo' di fronte ad una casa diroccata, di cui rimanevano soltanto mozziconi di mura, situata nel mezzo di una ventina di abeti, le giro' intorno lentamente per due volte passandosi nervosamente il palmo della mano sulla bocca, poi si sedette su di un masso al lato del vialetto che conduceva all’entrata ed inizio a parlare a voce alta, tanto il posto era deserto:

"Si, si lo faro', si puo' fare. Da queste mura sconnesse tirero' fuori una casa di nuovo e che casa, qui davanti invece costruiro' una fontana!”,

eccitato entro' all’interno ed inizio' a misurare il pavimento con i passi, poi fece il conto delle finestre che ci volevano, immagino' di aggiungere un portico alla semplice struttura e decise di posizionare la fontana dieci metri di fronte al portico un po’ spostata sulla sinistra, sia per non interdire la vista verso la vallata, ma anche perche' sapeva che sotto al punto da lui prescelto passava un corso d’acqua sotterraneo, e nessuno si era mai preso la briga di bucare le rocce per costruire un pozzo, dato che a cinquanta metri di distanza scorreva un fiumiciattolo sicuramente fratello di quello nascosto.

"Grazie Papa', grazie Mamma adesso so cosa devo fare e sono anche certo che un giorno ci riabbracceremo lassu' dove mi state aspettando”

urlo' Gabriele guardando il cielo, con una lacrima che gli solcava il viso al tempo stesso sorridente, inizio' a correre galvanizzato verso valle e quando una pecora distratta gli si paro' davanti, invece di girarle intorno, la salto' a piedi pari e prosegui' la sua volata.

Lassu', seduto su una nuvola, il muratore Riccardo disse felice a suo padre e sua moglie che gli sorrideva radiosa:

"Ce l’abbiamo fatta!”

Mentre correva si sentiva leggerissimo, il suo umore era alle stelle e questo probabilmente non andava bene, pensava, solo ieri aveva dato l’ultimo saluto al padre.

Effettivamente sino a poche ore prima era distrutto, ma sia il nuovo stimolo lasciatosi da poco alle spalle, sia la certezza istintuale che i suoi lassu' si erano ritrovati e vivevano una nuova vita, gli infondevano prepotentemente questo nuovo stato d’animo, in ogni caso la situazione gli appariva perlomeno strana, cosi' si ripromise di non far trasparire piu' di tanto l’euforia che si sentiva addosso, per un altro verso tutto cio' gli confermava almeno in parte la sua convinzione di essere cattivo, in ogni caso rapidamente giunse ad una conclusione, quella sensazione era cosi' bella che andava vissuta e cosi' fece.

Immagine tratta dal film "Ashes and Snow"

Arrivo' trafelato alla casa di Amelio in meno di venti minuti e busso' forte alla porta

"Ciao Gabriele, come stai? Va meglio?”

disse la signora Gertrude

"Ricorda che noi ti vogliamo bene e la nostra e' anche la tua famiglia. Non te ne dimenticare”

fece una breve pausa durante la quale lo scruto' amorevolmente e poi aggiunse

”Se cerchi Amelio, sta governando il cavallo”

"Grazie signora….”

e per tirarsi fuori da quella situazione che gli creava un notevole disagio, dovuto poi soltanto alla sua timidezza, riprese immediatamente la corsa per andare sul lato opposto della casa,

"Dopo venite in casa, ho un dolce di mele ancora caldo da farvi assaggiare!”

"Si signora, Grazie!” urlo' il ragazzo.”

"Ciao Amelio, ti devo parlare, dai sbrigati finisci col cavallo e andiamo a fare una passeggiata”

L’amico che stava lavorando di spazzola rimase con la mano sinistra appoggiata al costato della monumentale bestia da tiro e lo guardo' stupito in silenzio per alcuni istanti, poi disse quasi impacciato:

"Va bene andiamo,….. sono contento di vederti meglio di ieri,…. sono contento”

Gabriele con poche concitate parole espose ad Amelio il suo progetto di ricostruzione della casa, gli disse anche di non avere soldi per pagarlo, quando la casa sarebbe stata terminata la sua intenzione era di venderla e dividere il ricavato in parti uguali con l’amico e vi sembrera' forse strano, ma Amelio senza pensarci su piu' di due secondi guardo' negli occhi il compagno, gli sorrise e lo abbraccio' per comunicargli la sua accettazione della proposta, poi per completare il rituale istintivo e per siglare definitivamente quel contratto verbale, arretro' di un passo gli tese la mano destra prontamente afferrata dal novello socio e la stretta fu lunga e vigorosa, ebbe solo un’obiezione e disse:

"Amico quella casa era di tuo padre ed anche se probabilmente oggi non ha un grande valore, non mi sembra giusto dividere il ricavato in parti uguali, quindi io prendero' il 30 per cento e tu il 70 e non intendo discuterne piu'. Affare fatto?”

Gabriele cerco di ribattere ma constatata l’irremovibilita' dell’amico non insistette oltre ed accetto' la sua controproposta siglata da una nuova calorosa stretta di mano.

Stavano proseguendo la loro passeggiata lungo il fiume discutendo dei dettagli, quando improvvisamente si trovarono di fronte, a pochi metri di distanza, Aurora la quale portava una grossa borsa probabilmente contenente la spesa fatta in paese, camminava a fatica leggermente inclinata dalla parte opposta del peso per bilanciarlo, ma ne questa sua andatura un po’ goffa e ne il suo abbigliamento estremamente umile riuscivano minimamente a sminuire la sua bellezza che anzi sembrava ancora piu' radiosa in quella luce mattutina, i due smisero di parlare come folgorati dall’apparizione, poi Amelio prese il toro per le corna e si lancio' in un:

"Ciao Aurora, che porti in quella borsa un incudine? Vuoi una mano?”,

nel frattempo anche Gabriele cerco' di dare il meglio di se sfoderando un bel sorriso, ma gli usci' fuori un qualcosa che somigliava per meta' al ringhio di un cane e per l’altra meta' al sorriso compiaciuto un principino altezzoso al passare di un sottoposto, da sempre il nostro per paura di esporsi troppo con l’altro sesso e fare brutta figura riusciva immancabilmente a restare antipatico o ad apparire freddo piu' viceversa tentasse di sembrare simpatico e accattivante.

"No grazie Amelio ce la faccio, sono solo patate e poi ormai sono quasi arrivata a casa.”

condi' la frase con un sorriso che avrebbe fatto innamorare un cieco, poi per una frazione di secondo guardo' negli occhi Gabriele e sorrise anche a lui seppur in maniera estremamente timida, ma con una venatura di dolcezza che non sfuggi' assolutamente al ragazzo, poi prosegui' per la sua strada.

Gabriele rimase assorto nella contemplazione mentale di quell’attimo, di quell’incrocio di sguardi cosi' breve ma cosi' incantevole da meritare di essere fissato per sempre nella memoria, si disse che quella era una donna a cui si poteva dedicare tutta una vita e si trovo' a fantasticare di baci e carezze scambiate con la ragazza.

Il nostro amico aveva avuto sino a quel momento piu' di un’avventura ma quasi tutte brevissime e al puro scopo di soddisfare la bramosia sessuale giovanile, che in certi momenti ululava in lui al pari di un lupo affamato, l’unica ragazza importante sino a quel tempo, era stata Lucia la figlia del libraio rossa di capelli e graziosa, ma dopo qualche mese, improvvisamente, senza sapersi spiegare il perche', inizio' a vederla sempre meno attraente e brevemente il rapporto precipito'.

L’alba del giorno seguente vide, Amelio intento a sellare il cavallo di cui il padre gli aveva concesso l’uso la sera prima, il suo volto era sereno e portava a tracolla una borsa di cuoio contenente il pranzo ed alcuni attrezzi, mentre si recava verso casa di Gabriele si riempiva i polmoni dell’aria frizzante del mattino ed il cuore di questa nuova avventura che stava per cominciare e non tanto l’aspettativa del guadagno, quanto il fatto che avrebbe avuto a fianco l’amico prediletto lo colmavano di gioia.

Era ancora ad una cinquantina di metri da casa del compagno, quando la porta si apri' e Gabriele, che dalla finestra lo aveva visto avvicinarsi, usci' in strada sorridente, disse soltanto:

"E’ una giornata perfetta per lavorare”

poi monto' anche lui sul cavallo insieme da Amelio ed al trotto i due si diressero verso Fagginfesta.

Arrivati nei pressi della casa smontarono dal quadrupede, e Gabriele inizio' ad illustrare i suoi piani ad Amelio, gli fece vedere il punto dove intendeva erigere la fontana, gli parlo' del porticato e poi entrarono nella casa per fare un conto approssimativo delle pietre che ancora c’erano e di quante ne mancavano per completare l’opera, calcolarono che ce ne volevano circa seicento ma non avevano assolutamente idea di quanto tempo ci sarebbe voluto per estrarle dalla montagna e sagomarle al punto giusto, Gabriele disse:

"Facciamo cosi', andiamo laggiu'”

indicando una grossa roccia poco distante dal colore vagamente rosato:

"iniziamo a spaccare quella roccia con questo...”

e brandiva un piccone che aveva portato con se

"...poi con lo scalpello diamo la forma ai pezzi che avremo ottenuto ed a fine giornata contiamo le pietre che siamo riusciti a preparare, quindi dividiamo seicento per quel numero ed il gioco e' fatto”

"Perfetto!”

gli rispose l’amico

"Ed io se tu sei d’accordo, avrei un’altra idea, pensavo che per trasportare le pietre dalla roccia alla casa dovremmo costruire una specie di slitta”,

Gabriele annui' sorridendo e sta di fatto che i due ragazzi dopo pochi minuti erano gia' intenti alla costruzione della slitta, la misero insieme utilizzando due rami dritti lunghi e robusti che sarebbero serviti per trascinarla, poi costruirono un contenitore con dei rami corti ed alla fine fissarono quelli lunghi ai lati del contenitore, cosi' la slitta era pronta, si alternarono nel trascinarla sino alla roccia , non perche' fosse pesante, quanto per rendersi conto di quanto fosse manovrabile, poi giunti a destinazione, soddisfatti della loro opera, si accinsero ad affrontare la successiva fatica.

Inizio' Amelio, e colpo dopo colpo, la grande roccia si lasciava strappare la pelle e i muscoli, mentre Gabriele sceglieva le pietre cadute ed iniziava anche lui a lavorarle di scalpello, cosi' i due ragazzi lavorarono per ore senza stancarsi ed erano pieni di felicita' per quello che stavano facendo, forse perche' ognuno dei due lo faceva insieme all’amico prediletto, e probabilmente anche perche' per la prima volta si stavano dedicando a qualcosa  che era completamente loro e tutto cio' era ben diverso da fare il garzone nella bottega di qualche artigiano o aiutare i genitori nel loro lavoro, come d’altronde facevano tutti i Forestani loro coetanei.

Il sole calava piano e quando Gabriele lo vide accingersi a sparire dietro il monte Ventoso disse ad Amelio:

"Credo che per oggi possa bastare, abbiamo preparato ventuno pietre. Sono sicuro che da domani riusciremo ad aumentare il ritmo, quindi potremmo arrivare a tagliare una trentina di pietre al giorno e piu' o meno per la fine del mese avremo tutte quelle che ci servono.”

l’altro fece cenno di si con il capo, riposero gli attrezzi e al trotto si avviarono verso la valle.