Marco Del Monaco

 

Io e Mescalito

27 Novembre - Il deserto

Grosso cactus nel deserto

Anche quella mattina faceva freddo, scelsi di fare la colazione piu' calorica possibile e poi chiesi al gestore dell'albergo, un simpatico ragazzo di nome Thomas, di prestarmi una camicia di flanella, poi quando il sole ebbe inondato completamente la strada, uscii in cerca della camionetta che mi doveva portare nel deserto, la trovai parcheggiata li vicino, l'autista che si chiamava Nicolas, era un giovane alto e robusto dal viso asciutto e sicuro, mi disse che sarebbe partito alle 10:00 ed io violando le regole impartitemi la sera prima gli chiesi se voleva accompagnarmi nel deserto, ci mettemmo d'accordo su una somma abbastanza modesta e poi me andai in giro tra le bancarelle del mercatino dove comprai una bottiglia d'acqua e quattro piccole mele gialle, a quel punto mi mancava soltanto un coltello, ma per questo confidavo in Nicolas, tornai in albergo, misi nello zainetto le cose acquistate e me ne andai a sedere su un muretto vicino alla camionetta, cercando di farmi scaldare dal sole ormai alto nel cielo perfettamente sgombro di nuvole.

Alle 10:00 Nicolas non c'era, con le persone che nel frattempo si erano radunate intorno alla camionetta lo aspettammo fino alle 10:45 ed io notai di essere l'unico contrariato per il ritardo che mi pareva abissale, tutti gli altri forti della loro indole Messicana se ne stavano li tranquilli e pacifici ed immagino che se anche il nostro autista fosse arrivato a notte fonda, nessuno si sarebbe lamentato, quando Nicolas arrivo' non penso' nemmeno di giustificarsi, si sedette semplicemente al posto di guida, fece accomodare accanto a lui due ragazze di cui una con un neonato in braccio ed io con tutti gli altri ci mettemmo dietro, caricammo un po' di scatole di cartone e partimmo.

Dopo poche centinaio di metri eravamo gia' fuori dal piccolo centro abitato e ci trovammo su una strettissima mulattiera in discesa scavata nel fianco della montagna, praticamente con le ruote esterne filavamo a non piu' di mezzo metro da un burrone di almeno cinquanta metri ed il fondo della strada sotto di noi era un ammasso di pietre di grosse dimensioni che rendevano il nostro procedere quanto mai instabile, a questo bisognava aggiungere l'eta' della camionetta, che dimostrava almeno vent'anni di onorata carriera ed il fatto che ogni tanto incontravamo delle case isolate dove immancabilmente qualche altro passeggero si univa al nostro gruppo, fatto sta che ad un certo punto tra le persone sedute dentro, quelle aggrappate fuori e quelle sedute sul portabagagli montato sul tetto contai 17 esseri umani, comunque a parte un paio di craniate date sul tetto, per me troppo basso essendo nettamente il piu' alto fra tutti i passeggeri, dopo una quarantina di minuti con mia somma sorpresa arrivammo sani e salvi.

Ci fermammo in quella che doveva essere la piazza principale ed unica di quel microscopico paesino che era "La stazione della casa di Mescalito", praticamente un insieme di poche case buttate qua e la a casaccio, questa piazza sembrava uscita da un quadro di un pittore metafisico, perche' normalmente il concetto di piazza corrisponde ad un area quadrata circondata da edifici, mentre in questo caso gli edifici erano pochi. distanziati tra loro e posti soltanto su due lati del quadrilatero, su un terzo lato passavano i binari di un improbabile treno e sul quarto, ma molto distanziata spiccava una chiesa bianca, l'identita' di piazza risiedeva in un grande marciapiede quadrato nel mezzo del quale era posta una fontana attorniata da sei panchine di marmo, il tutto a sua volta circondato da alberi non troppo rigogliosi.

Arrivo' il momento che, smontati tutti e scaricate le scatole di cartone, rimasi solo con Nicolas il quale mi disse di dover prima consegnare delle lettere in un paio di case li intorno e poi avremmo potuto inoltrarci nel deserto.

Se l'immagine del deserto che e' memorizzata nel vostro cervello e' quella del Sahara, vi devo deludere perche' quello che vidi era si una immensa distesa dove c'era sabbia mista a terra, ma mancavano le dune ed al loro posto c'era una vegetazione composta da cespugli e cactus di molti tipi, addirittura sferici, ma quasi tutti piccolini, la maggior parte dei quali non superava l'altezza di un uomo.

Il deserto

La camionetta filava veloce e rumorosa sobbalzando di quando in quando, ma adesso fortunatamente ero comodamente seduto al lato del guidatore che mi raccontava storie di Peyote, in lontananza sembrava quasi di vedere la colonna di fumo di un treno a vapore, ma era soltanto sabbia sollevata dal vento e secondo Nicolas quello era un segno che nei prossimi giorni avrebbe piovuto, ma io sapevo bene che quell'aria in movimento era generata dall'ansia di Mescalito il quale mi aspettava per entrare nel mio mondo.

Dopo che avemmo percorso diversi chilometri, chiesi alla mia guida di fermare la camionetta, perche' da quel punto in poi volevo proseguire a piedi e vedere se ero capace di individuare il piccolo cactus protagonista di questo racconto, infatti lo pregai di non dirmi nulla se fosse stato lui li primo a vederlo, camminavamo distanti, io davanti e Nicolas a venti metri piu' indietro, tutti e due con lo sguardo basso, ogni tanto mi fermavo per un falso allarme e poi ripartivo finche' vidi qualcosa di molto somigliante all'immagine ormai memorizzata nel mio cervello, erano quattro in quasi perfetta fila indiana, uno grande, uno piccolo, uno grande, uno piccolo, il mio cuore inizio a lavorare piu' alacremente, mi inginocchiai per guardare piu' da vicino, pensando "Sara' lui o no ?", chiamai:

"Ni.......",

ma la mia voce si perse nel tumulto dell'agitazione, mi schiarii la gola e ritentai:

"Nicolas, vieni a vedere!",

quando il mio amico arrivo' gli indicai il punto ai miei piedi, lui guardo' in giu', alzo lo sguardo verso di me, sorrise senza dire nulla e semplicemente mi mise un coltello tra le mani, io mi accucciai di nuovo e come mi era stato spiegato iniziai a togliere la sabbia che circondava il Peyote piu' grande, lo tagliai, ricoprii i suoi resti, tolsi accuratamente tutti i piccoli peli velenosi, lo divisi in due ed alla fine lo lavai, quando ebbi terminato lo girai e rigirai tra le mani, osservandolo ed annusandolo, lo diedi a Nicolas e mi accinsi a ripetere l'operazione con l'altro Peyote grande, alla fine avevo a disposizione quattro mezzi peyote, il mio cuore continuava a battere rapido e non ebbi piu' tempo di pensare o di aspettare ancora qualche minuto, dentro di me c'era spazio soltanto per l'azione.

Tirai fuori dallo zainetto una delle mele e diedi un morso al frutto e uno al Peyote, subito sentii un sapore amarissimo nuovo per il mio palato e pregai di avere la forza di non vomitare.

Di morso in morso andai avanti faticosamente fino a terminare il primo Peyote, prima di attaccare il secondo decisi di aspettare dieci minuti per vedere se iniziavo a percepire qualche cosa, guardai l'orologio ed erano le 12:50, ma il pensiero e l'azione dentro di me erano in disaccordo e cosi senza aspettare quei pochi minuti iniziai a mangiare il terzo mezzo Peyote, quando lo terminai la nausea era alle stelle e l'istinto mi disse di lasciar perdere l'ultima meta' che lanciai lontano da me dopo averla nuovamente soppesata tra le mani, poi mi misi in attesa dei primi effetti.

L'unico cambiamento che notavo era un po' di confusione e nervosismo ma niente di piu', cosi' mi misi a camminare, sia per far passare un po' di tempo sia per vedere se riuscivo ad individuare qualche altro Peyote, in effetti ne vidi diversi, ma i minuti passavano e dentro di me non cambiava nulla, chiesi a Nicolas se sapeva dopo quanto tempo il Peyote normalmente faceva effetto, lui mi disse che in genere ci volevano cinque o dieci minuti e se superato quel lasso di tempo non avessi sentito nulla, significava che ero un soggetto refrattario, decisi di aspettare ancora un po' ma quando fu passata mezz'ora, deluso chiesi alla mia guida di riportarmi indietro, lui che nel frattempo si era sdraiato in terra all'ombra della jeep, si alzo e notando la mia delusione cerco' di consolarmi dicendomi che la maggior parte della gente che mangia la Lophophora Williamsii la vomita ed anche tra quelli che resistono alla nausea solo pochi ne sentono gli effetti.

Mentre ripercorrevamo a ritroso la strada dell'andata, Nicolas continuava a parlarmi ed io improvvisamente mi resi conto di non riuscire piu' ad ascoltare ne la sua voce ne il rumore della jeep, finalmente qualcosa mi stava succedendo, ebbi il fortissimo desiderio di restare da solo li nel mezzo del deserto, lo dissi al mio accompagnatore e lui mi prego' di aspettare qualche minuto ancora che ci avrebbe permesso di avvicinarci un po' di piu' al paesino da cui eravamo partiti, in modo che non avessi rischiato di perdermi.

Quando ci fermammo, mentre smontavo dalla camionetta, il mio sguardo si poso' sulla sua parte anteriore ed in quel momento ebbi la certezza che Mescalito si stava impadronendo di me, perche' il cofano si rimpiccioli' per tre volte in rapida successione, ritorno alle sue dimensioni originali e poi di nuovo si rimpiccioli' per tre volte, distolsi lo sguardo, misi la mano in tasca per prendere i soldi che dovevo a Nicolas e quando li estrassi non ero in grado di contarli, feci uno sforzo di volonta' ed alla fine riuscii (Credo) a mettere insieme la somma esatta, salutai il mio amico che mi guardava con aria preoccupata ed iniziai a camminare verso le montagne, sapendo che proseguendo in quella direzione prima o poi sarei uscito dal deserto, anche le montagne di fronte a me iniziarono a rimpicciolirsi ed a tornare grandi, ma la cosa fondamentale era che intorno a me tutto era diverso, praticamente qualsiasi albero o pietra che cadeva nel mio campo visivo sembrava farlo per la prima volta, tutto era nuovo ed io mi sentivo come immagino si possa sentire un neonato che sta scoprendo il mondo ed i suoi colori.

Pensai che chi mi avesse osservato in quel momento avrebbe visto una persona dalla camminata un po' incerta, istintivamente mi guardai le gambe e le vidi piu' lunghe e sottili nonche' sensibilmente arcuate verso destra.

Avevo caldo infatti mi ero tolto un po' per volta camicie e gilet fino a restare in canottiera, di fronte a me vidi un'area ombreggiata da alcuni alberi e decisi che mi sarei fermato li, poi abbassai per qualche istante lo sguardo attratto dai colori di una pietra del mio mondo rinnovato e quando lo rialzai quegli alberi non c'erano piu'.

Ben presto arrivai nei pressi del centro abitato e li finalmente trovai un po' d'ombra, ancora ricordo la sensazione del passaggio dalla zona assolata alla zona coperta, fu nettissima era come se tutto il mio io si fosse trasferito nei miei sensi, vidi due scolari che probabilmente tornavano a casa, camminare lungo i binari della ferrovia, in quel momento feci un'altra scoperta, il mondo intorno a me aveva cominciato a muoversi al rallentatore, il mio radar sensoriale girava molto piu' velocemente del normale, ero infatti in grado di studiare ogni minimo movimento dei due scolari.

Quando ebbi attraversato i binari mi misi a sedere su un tubo di cemento all'ombra di un albero che si trovava nei pressi della piazza non piazza, li vidi altri due scolari che camminavano affiancati, quasi volteggiando nell'aria, assurdamente lenti ed assurdamente sincronizzati tra loro, ogni passo durava un'eternita' e quando perfettamente all'unisono due piedi destri o due piedi sinistri toccavano terra, lentamente si alzavano due nuvolette di sabbia, quello che vedevo era irreale ed io ero quello che vedevo, il mio io questa volta si era trasferito nella camminata di quei ragazzi, non riuscivo piu' a rendermi conto se la scena che osservavo era reale o prodotta dalla mia mente, comunque arrivo' un istante in cui non riuscii piu' a sopportare quella sincronia e dovetti guardare da un'altra parte, dopo qualche secondo tornai a guardare i due che si allontanavano e finalmente avevano cambiato passo, con mio notevole sollievo.

Avevo voglia di stare solo con le mie sensazioni e mi alzai per andare a cercare un posto piu' solitario, camminando incrociai due persone che mi domandarono se venivo dal deserto e se avevo trovato il Peyote, io grazie alla mia mente velocizzata analizzai in un istante la situazione che poteva essere pericolosa e risposi

"Cos'e' il Peyote ?",

continuando a camminare.

Non riuscivo a trovare un angolo sufficientemente tranquillo e nel frattempo Mescalito ogni istante era sempre piu' padrone di me, cosi' mi sedetti su una delle sei panchine al centro della piazza ed iniziai a pensare preoccupato, che qualcuno avrebbe potuto approfittare della mia situazione di sempre minore lucidita', nel frattempo la terra si stava allontanando dai miei piedi e tra me e l'albero che avevo di fronte appariva e scompariva una struttura simile ad un recinto, non avevo oggetti di valore con me e questo mi tranquillizzava e per fortuna avevo lasciato i miei occhiali da vista in albergo, perche' se me li avessero rubati sarebbe stata una bella scocciatura, per scrupolo aprii lo zainetto con l'intenzione di controllarne il contenuto e vidi con disappunto che invece i miei occhiali erano li, questo mi fece decidere immediatamente che non potevo rimanere oltre e dovevo cercare una stanza da qualche parte dove aspettare che passasse l'effetto della droga.

Intanto le persone intorno a me si erano tramutate in angeli e diavoli e cosi' iniziai a cercare un angelo che mi aiutasse, mi avvicinai ad un piccolo bar ma non ebbi il coraggio di entrare, perche' vidi le persone che da dentro mi stavano osservando, improvvisamente da una stradina li vicino sbuco' un angelo sdentato dallo sguardo miope ma buono e quando mi fui avvicinato gli chiesi di aiutarmi a trovare un posto dove riposare, lui mi rispose che potevo trovare delle stanze vicino alla chiesa o in un altro posto che non capii bene, lo pregai di accompagnarmi e lui monto' in bicicletta ed inizio' a pedalare piano seguito a piedi dal sottoscritto finche' si fermo' e mi indico' un negozietto di generi alimentari, io lo ringraziai e mi diressi verso la porta mostratami, a pochi metri da questa, sdraiato su delle casse a riposare, c'era un diavolo che appena mi vide si alzo' e mi venne incontro, aveva un aspetto poco rassicurante, viso scavato, capelli lunghi ed incolti, la meta' dei denti cariati, mi disse che aveva una stanza da offrirmi e di seguirlo, subito dopo spari' dentro una porta buia, io mi avvicinai e da fuori vidi nella penombra un ambiente squallido e sporco e dissi un semplice "No", il diavolo reclino' la testa sul petto con una indicibile tristezza ed io divenni quella tristezza, subito dopo entrai nella porta giusta dove qualcuno chiamo' una signora che per fortuna aveva gli occhi buoni, lei mi accompagno' in un cortile in un lato del quale dei muratori stavano lavorando, chiamo' uno di questi che stava spingendo un carriola e questi senza lasciarla mi passo vicino andando incontro alla signora, io non potei fare a meno di sfiorare con la mano la carriola che passava e la mia sensibilita' accentuata mi diede anche il tempo di vedere la faccia tozza e larga dell'uomo e di rendermi conto che aveva un brutto difetto della vista, poi divenni quella faccia.

La signora disse:

"Gli diamo la quattro?",

l'uomo ripete'

"La quattro!"

e poco dopo ripasso' accanto a me con la carriola che toccai di nuovo e mi disse di seguirlo, attraversammo un altro cortile dove c'era un uomo seduto per terra e ci fermammo di fronte ad una porta azzurra, l'uomo la apri', entrammo, mi fece vedere come funzionava il lucchetto e poi mi disse:

"Sono venti pesos.",

io lo ringraziai sollevato e stavo per chiudere la porta, ma lui ripete':

"Sono venti pesos.",

cosi' gli diedi quello che voleva e finalmente mi chiusi dentro, la stanza non aveva ne finestre ne bagno, solo un letto, un tavolino e una sedia, mi sdraiai sul letto e mi lasciai andare al Peyote.

L' ambiente in cui mi trovavo era parzialmente illuminato dalla luce esterna che entrava dai bordi della porta, nel punto in cui il catenaccio si infilava in un anello ancorato al muro, probabilmente a causa della presenza di una piastra di metallo di rinforzo, c'era una deformita' della parete, questa inizio' a muoversi dall'alto in basso al ritmo impressogli da Mescalito e la luce creava dei disegni in continua evoluzione filtrando sempre piu' intensa dalla porta, mi sembrava di vedere uno di quei film di fantascienza in cui il mostro stava quasi per fondere la porta blindata del laboratorio dove si erano rifugiati gli ultimi sopravvissuti del pianeta "X".

Ad un certo punto si presentarono di fronte a me i miei problemi, per esempio una storia d'amore andata male recentemente ed io vidi immediatamente con estrema chiarezza quale era stato il problema tra me e quella ragazza, ottenni il risultato che cercavo da mesi, in pochi secondi, poi mi si presentarono di fronte le facce delle persone a me vicine e capii chi tra loro era sincero con me e chi no, compresi i loro problemi ed il perche' di certi atteggiamenti in parole povere anche la mia capacita' analitica e di introspezione si erano acuite a dismisura.

Dall'esterno arrivavano dei suoni ed immediatamente la loro natura condizionava il mio stato d'animo, sentii un bambino piangere ed il suo dolore fu il mio, poi un altro bambino dalla voce serena che sembrava giocare e di nuovi mi identificai in lui. Io ero cio' che percepivo!

Lentamente la luce esterna diminui' finche' si fece buio, mi alzai azionai l'interruttore che comandava l'unica lampadina presente in quella stanza e quando tornai a letto continuai a galleggiare tra le mie sensazioni e i miei pensieri, guardando di fronte a me dove si trovava una specie di armadio in muratura dipinto di verde come tutto il resto, la superficie delle sue pareti era irregolare, densa di asperita' che improvvisamente si animarono come se fossero un mosaico Maya in continuo movimento, formato da serpentelli che incessantemente si intersecavano tra loro, ma la cosa piu' bella era che potevo comandare quel movimento, cioe' quando volevo lo fermavo e lo facevo ripartire con un semplice piccolo sforzo di volonta', tutto questo ha secondo me una spiegazione scientifica e chi ha studiato psicologia o psichiatria sa bene che il movimento che io vedevo potrebbe essere stato l'effetto della cosiddetta "Deprivazione Sensoriale", in parole povere, quando una persona si trova per un certo tempo in una situazione di carenza o di assenza di stimoli sensoriali, possono scattare dei meccanismi che inducono il cervello a modificare la realta' circostante, chiaramente nel mio caso il meccanismo era oliato da cio' che avevo in corpo.

La notte era sempre piu' silenziosa rotta solo a tratti dall'abbaiare di un cane a cui rispondeva un cane piu' lontano, erano ormai passate diverse ore dal momento in cui avevo mangiato l'ultimo Peyote ma il tempo continuava a passare lentissimo, spensi la luce e cercai di dormire ma era impossibile, ogni tanto controllavo il mio orologio digitale, accendendo la sua luce azzurra che bastava per illuminare tutta la stanza buissima, i secondi anche loro coinvolti nel fenomeno del rallentamento, sembrava non volessero scattare e tra l'uno e l'altro passava un'eternita', ci fu un momento in cui il mio orologio segno' una certa ora ed un certo numero di secondi, nell'istante in cui si spense la lucina, io abbassai il braccio sul letto senza fretta, poi lo rialzai, avvicinai la mano destra per riaccendere la lucina, la riaccesi ed incredibilmente era passato soltanto un secondo.

Era ormai un po' che dentro di me non succedeva piu' nulla di eclatante ne vedevo piu' nulla di strano ed iniziai a sentirmi stanchissimo e veramente desideroso di dormire, a tratti mi sembrava di poterci riuscire ma immediatamente dopo mi sentivo perfettamente sveglio e mi altalenai a lungo tra il sonno ed il non sonno finche' alla porta della mia anima si affaccio' un'ultima prova: la paura.

Io credo che ogni uomo abbia dentro di se dei demoni, delle paure che lo atterriscono le quali normalmente sono rinchiuse in un angolo del subconscio ben lontano dalla coscienza, beh, le mie si presentarono tutte insieme, cosi' per prima cosa iniziai a pensare che non sarei mai piu' riuscito a ritornare da quell'anfratto sperduto di mondo, poi che sarei potuto impazzire o per lo meno che la mia mente avrebbe potuto essere intaccata dalla sostanza che avevo in circolo ed alla fine la paura piu' terribile, quella che per ognuno e' in testa alle altre, la paura della morte, all'inizio cercai di dirottare il mio pensiero verso argomenti piu' piacevoli, come si fa' quando ci si trova sulla poltrona del dentista, per esorcizzare il possibile dolore, ma assolutamente non riuscivo ad estirpare il terrore ed anzi le paure si stavano facendo piu' minacciose e vicine, mi sembrava che da un momento all'altro la morte si sarebbe materializzata li davanti a me con il suo aspetto classico di scheletro coperto dal mantello nero e nelle mani la falce pronta a far volare la mia testa, l'unica maniera che trovai per non impazzire fu quella di reagire ed iniziai ad inveire a voce alta contro la morte, dicendole che ero li ad aspettarla e che si presentasse col suo aspetto piu' terribile ed accompagnata dai demoni piu' feroci che tanto non mi avrebbe avuto perche' gli avrei resistito con tutte le mie forze, ed infatti l'ansia comincio' a diminuire, sostituita dalla fiducia in me stesso e dall'impressione di avere li vicino mia madre e mio fratello, accorsi ad aiutarmi.

Ero sempre piu' stanco e chiesi a Mescalito di abbandonarmi, promettendogli che se ogni tanto avesse avuto bisogno di vedere il mondo attraverso i miei occhi non glielo avrei negato, ma per quella notte basta, e Mescalito accetto' la mia proposta ed addirittura mi fece capire che l'aveva gradita ringraziandomi con un dono, infatti improvvisamente mi baleno' nella testa l'idea di scrivere la storia che state leggendo, questo mi riempi' di euforia e se qualcuno in quella notte silenziosa avesse appoggiato l'orecchio alla porta della mia stanza avrebbe sentito un Italiano dire:

"Grazie Mescalito, grazie, e' vero lo posso scrivere, la storia c'e'! La storia c'e'! La storia c'e'...!".

L'alba si stava avvicinando e con essa l'ultimo timore ovvero che non arrivasse mai e quella notte proseguisse all'eterno ma dato che Mescalito era ormai uscito quasi completamente dalla mia mente, questa paura fu molto meno forte delle precedenti, anche se mi accompagno' fino alla fine, ovvero il sorgere del sole a cui giunsi tra fasi di lucidita' sempre piu' lunghe e fasi allucinatorie e di ansia sempre piu' brevi e leggere.

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